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Andreja

Andreja

Mi chiamo Andreja e vengo dalla Slovacchia. Mi hanno chiesto di scrivere la testimonianza della mia vita proprio il giorno in cui sette anni prima ero entrata in Comunità, ed ho pensato: “Che regalo!”. E questa è proprio la parola giusta che ho nel cuore guardando indietro la mia storia. La Comunità è stata per me un grande regalo di Dio e continua ad esserlo. Da bambina ero gioiosa e aperta, non ricordo grandi fatiche o disagi. Fino a otto anni la mia vita procedeva normalmente, ero brava a scuola, avevo tanti amici e tanta voglia di scoprire il mondo. Sentivo che nella mia famiglia qualcosa non andava, ma non volevo aprire più di tanto gli occhi. Sono arrivata al punto che non potevo più sopportare le menzogne che mi dicevo e ho smesso di giustificare la continua assenza di mia madre, il disordine in casa e i momenti di rabbia. Mi sono resa conto che con mia madre non c'era nessun rapporto: partiva presto al mattino da casa e tornava quando io già dormivo. Non ci conoscevamo. Da parte di mio padre mi sentivo voluta bene, ma spesso le sue fragilità mi facevano soffrire. Questo mi ha spinto a stringermi di più a mio fratello, che ha un anno in più di me. Ci facevamo da genitore l’un l’altro, ci aiutavamo e ci consolavamo nei momenti più duri. A dodici anni i miei genitori hanno divorziato e mio fratello ed io siamo rimasti con mio padre. Si sono aggiunti i problemi economici, abbiamo dovuto cambiare casa e ci siamo trasferiti dalla città al villaggio, nella casa dove abitavano i miei nonni. Lì è scoppiata in me la mia ribellione, che sentivo già da tempo ma che ero ancora riuscita a tenere a bada: le prime sigarette fumate di nascosto, le uscite di casa con tante scuse. Mia nonna era buona, una di quelle donne tenaci, di fede, ma per la sua età le mancavano le forze. Allora mi sono trovata ad essere l’unica “piccola” donna in casa; vedevo tutti i bisogni e i servizi da svolgere, ma non volevo accettare tutto questo. Da piccola Gesù era mio amico, lo pregavo per chiedergli aiuto nei momenti difficili, gli offrivo dei piccoli sacrifici come regalo. Ma ora avevo un’unica domanda: “Perché? Perché tanta sofferenza, perché tanti sensi di colpa, perché la solitudine, il vuoto e l’abbandono dentro al cuore?”. Siccome la risposta non arrivava, ero sempre più convinta che Dio non esistesse, me lo ricordavo solo per giudicarlo o rinfacciargli quello che non mi andava. Sono diventata dura, credendo che la vita fosse una continua lotta per sopravvivere, dove ognuno cerca solo il proprio interesse. Le mie “amicizie” erano di questo tipo, la scuola non mi interessava più, a casa non c’ero quasi mai. Sono arrivata al punto di volermi togliere la vita, la sentivo come un peso per me e per gli altri. Ma Dio in quel momento si è chinato su di me, e la nascita di mia sorella, dopo che mio padre si era sposato un’altra volta, è stata per me una piccola luce. Quei rari momenti in cui riuscivo a sentire di essere di nuovo capace ad amare mi toglievano dalla disperazione che avevo dentro. Però i litigi a casa continuavano, specialmente con la nuova sposa di mio padre, e in più si era aggiunta la malattia del nonno e più tardi anche della nonna. Avrei voluto andarmene, ma capivo che quel poco che guadagnavo significava tanto. Ho conosciuto un ragazzo e la sua proposta di andare a lavorare in Germania mi sembrava la soluzione perfetta, ma dopo poco tempo ho capito che le cose materiali e la “libertà” di fare quello che voglio, accogliendo le proposte del mondo, non mi davano la felicità. Anzi, sono caduta anche nei problemi di cibo. Però Dio non mi ha abbandonata, mi ha fatto conoscere una famiglia dove pian piano, grazie alla loro bontà, ho capito che avevo bisogno di aiuto. Conoscere loro mi ha fatto credere che valeva ancora la pena lottare per la mia vita. Quando sono entrata in Comunità, il primo incontro è stato l’abbraccio di Madre Elvira, e anche se non capivo ancora le parole in italiano che mi diceva, ho percepito che questo era il posto che così tanto avevo cercato. Ho scoperto che era il Dio della misericordia che mi si era avvicinato per bruciare nel suo amore tutto ciò che mi faceva male e per trasformare la mia vita. I primi due anni non sono stati facili, ma vivendo nella fraternità di Lourdes la Madonna ha trovato il modo di farmi resistere. Ogni volta che volevo andarmene c’era qualcuno che mi stava vicino, che pregava per me, che mi incoraggiava. Ho creduto prima in Lei, ho potuto sentire la sua tenerezza, la sua pazienza, e mi ha donato tante guarigioni. Lei mi ha portato a Gesù, che piano piano mi ha insegnato a portare la mia croce. Dopo un po’ di tempo Dio mi ha chiamata in missione ed era come se ricominciasse la Comunità. Si era riaperta la porta ad una vita più intensa che chiedeva di più, ma mi dava anche di più. Avevo davanti delle situazioni che mi facevano provare i miei limiti ma anche superarli, conoscermi fino in fondo ma anche lasciarmi conoscere dagli altri in tutto, donare non solo quando lo volevo io ma sempre. I bambini hanno il dono di tirarti fuori il tuo vero essere. Io sono andata in Messico pensando di donarmi a loro, ma sono stati loro che mi hanno accolta donandomi l’amicizia gratuita, la bontà, la semplicità… E mi hanno insegnato anche che la salvezza è un dono, che non devo meritarmela ma soltanto accoglierla e gioirne. Tutto quello che vivo oggi, giorno dopo giorno, è un immenso regalo di Dio. Voglio ringraziare tutte le persone che mi hanno sostenuto e guidato in questo cammino, perché sono stati la Provvidenza di Dio che mi ha salvato e reso finalmente felice. Grazie.

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